I professionisti dell’anticamorra

Il Corriere del Mezzogiorno scopre il "gomorrismo", il genere letterario di denuncia nato sulla scia del libro di Saviano. Lo fa citando una corrosiva recensione a "La ferita" uscita su Napoli Monitor, un mensile gratuito militante di Napoli fatto con cura e grande umiltà, senza toni declamatori. E’ uno dei prodotti di una Napoli semisconosciuta che, quando vuole "normalità", non intende "normalizzazione", il perbenismo della brava gente: anche i conflitti sociali sono normali, o dovrebbero esserlo. Perciò è interessante leggere cosa pensano loro del gomorrismo. Ecco la recensione, firmata da Luca Rossomando.

 

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La casa editrice Ad est dell’equatore pubblica un piccolo libro a cura di Mario Gelardi dal titolo La ferita, racconti per le vittime innocenti di camorra, una raccolta di brevi scritti, ognuno dei quali dedicato a uno o più morti ammazzati dai clan negli ultimi trent’anni. I tredici autori sono scrittori, giornalisti, registi teatrali, un cantante e un magistrato. Il patrocinatore dell’impresa è l’assessore regionale Corrado Gabriele, che introduce il libro con una una summa della retorica antimafiosa istituzionale (“male assoluto”, “sconosciuti eroi”, “fronte di legalità”, “scontro campale tra bene e male”), e per di più “di sinistra” (“guerra di liberazione dalla criminalità”, eccetera). Qualche pagina dopo c’è la trascrizione del discorso di Roberto Saviano il 23 settembre del 2006 a Casal di
Principe, che si conclude con le parole: “Verità e potere non coincidono mai”.

Il libro è un tributo alla memoria delle vittime, una raccolta di ingiustizie, soprusi e cieca violenza, un promemoria tragico declinato a modo proprio da ciascun autore. E fin qui tutto in ordine, siamo sulla linea dell’omaggio ai morti e del monito per i vivi. Il problema è quando affiorano qua e là pretese di fare letteratura che vanno oltre la testimonianza civile e ridestano invece dubbi e perplessità sul ruolo di chi scrive delle (e dalle) nostre terre mettendo al centro i temi della criminalità organizzata, i suoi paesaggi e i suoi personaggi. In particolare, i testi monotematici de La Ferita mettono in risalto una caratteristica ricorrente di questo abusato sotto-genere, una delle tante note false nella profusione di prodotti editoriali e non, che da Gomorra in poi ha invaso librerie e megastore. Ovvero: chi scrive è sempre dalla parte del bene.

Certo, chi si schiererebbe, potendo scegliere, dalla parte del male? Ogni essere umano, in teoria, si sforza di operare per la giustizia e la verità, ma siamo sicuri che per uno scrittore sia sempre proficuo il punto di vista dei buoni? E questi buoni, non sarebbe meglio cercare di capire se lo sono davvero? La loro legalità, che è un altro modo di definire la “parte giusta”, di che cosa è fatta? Non sarebbe più opportuno svelarne le contraddizioni, le manipolazioni, l’uso strumentale che ne fa il potere?

E sarà anche giusto puntare il dito sui cattivi, ma forse è anche l’esercizio più facile. Perché non indagare più a fondo chi sono poi questi cattivi, da dove vengono, che cosa pensano, a chi si accompagnano? “Svelare i meccanismi”, come dice Saviano. Basterebbe avvicinarsi un po’ di più, in quel terreno dove il bene e il male non sono più due campi così netti e ben definiti… Ma forse chiediamo troppo a quello che in fondo è un libro d’occasione.

C’è qualcosa, però, che bisogna pretendere da un’operazione del genere. A chi vuole ricordare la memoria delle vittime innocenti, “i nomi e i cognomi” come scrive l’assessore, si chiede se non di essere problematici, almeno di essere precisi. Di non sbagliarli, quei nomi e cognomi.

E invece, nel pezzo di Riccardo Brun intitolato Chilometro 43, che ricorda i sei africani massacrati dalla banda di Giuseppe Setola poco più di un anno fa a Castel Volturno, tre delle vittime sono indicate con nomi e addirittura con nazionalità che non sono le loro. Jeemes Alex, togolese, Cristopher Adams, liberiano e Samuel Kwako, infatti, non esistono: sono le generalità che compaiono sui documenti falsi che avevano indosso al momento della morte, in quanto clandestini.

I giornali caddero nell’errore il giorno dopo la strage, ma quasi subito si stabilì con certezza che i morti erano tutti ghanesi e che i nomi di quei ragazzi erano Kwado Owusu Wiafe, Karim Yakubu (detto Awanga) e Justice Sonny Abi.

Sarebbe bastato fare un giro a Castel Volturno o leggere meglio le carte. Per una curiosa coincidenza abbiamo ascoltato di persona lo stesso assessore Gabriele ripetere quei nomi inesistenti il 18 settembre scorso, in occasione di una breve commemorazione sul luogo della strage, al chilometro 43 della Domiziana. In quel caso, i pochi presenti non diedero troppa importanza alla cosa. Un’alzata di spalle, un sorriso amaro: si sa come sono i politici, non sanno di quello che parlano. Gli scrittori, invece, quando raccontano la realtà, quando vogliono ricostruire la memoria a uso delle future generazioni, non dovrebbero permettersi errori del genere.

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