Troppo bella per essere vera scienza

Recensione di “Scienza” di Gilberto Corbellini (Bollati Boringhieri, 2013) pubblicata su “il Manifesto” del 25 luglio 2013.

L’ultimo pamphlet di Gilberto Corbellini pare fatto apposta per colpire. Già il titolo («Scienza», Bollati Boringhieri, pp. 158, euro 9) è monolitico. La collana, poi, si chiama «i sampietrini». E l’autore, storico della scienza e firma prestigiosa delle pagine scientifiche del supplemento domenicale del «Sole 24 Ore», non si tira indietro quando bisogna difendere il lavoro dei ricercatori dalle calunnie, dalle ingerenze e dai pregiudizi di cui è vittima.

Anche lo stile ricorda l’arringa, visto che in ogni capitolo viene confutato un diverso pregiudizio nei confronti della scienza. Ad esempio, a chi afferma «La scienza non spiega tutto» o «Gli scienziati sono divisi», per Corbellini è fin troppo facile rispondere: e meno male. Certo che gli scienziati litigano tra loro, li paghiamo proprio per abbattere le teorie altrui e sostituirle con altre più valide. Gli scienziati commettono errori, come i politici e i cardinali, ma dispongono di un metodo condiviso per metterli a frutto e migliorarsi.

Altrettanto facilmente l’autore ribatte all’accusa di «riduzionismo», cioè di analizzare un fenomeno isolando gli elementi costitutivi e trascurandone l’interazione. Dunque, la scienza sarebbe inadatta a studiare sistemi dotati di qualche complessità? Anche qui ha ragione Corbellini: a forza di ripeterlo, «complessità» è diventata un’insopportabile parola passe-partout . Il riduzionismo, secondo Corbellini, serve a combattere la tendenza naturale delle nostre strutture nervose, dimostrata dalla letteratura neurobiologica, a creare schemi di pensiero complessi ma ingannevoli. Lo si critica soprattutto perché è scomodo, quindi.

Come in un videogame , i nemici della scienza propongono livelli di difficoltà variabile. Ecco dunque, al terzo capitolo, l’accusa «costruttivista», sinonimo di «relativista» e «postmodernista». C’è chi considera la scienza uno dei tanti sistemi conoscitivi sviluppati dalla società, da studiare con i metodi della sociologia più che della logica. Secondo l’autore, il costruttivismo non è così lontano dall’anti-razionalismo clericale: «Non è un caso che quando Joseph Ratzinger giustifica il punto di vista di Bellarmino nella battaglia della Chiesa contro le idee di Galileo, citi proprio Feyerabend», l’epistemologo che sosteneva il pari statuto epistemologico tra astrologia e astronomia. Corbellini lascia però da parte altri filoni di pensiero costruttivisti – dal Michel Foucault di Sorvegliare e punire agli «epistemologi della domenica» che con Marcello Cini scrissero L’Ape e l’architetto – secondo i quali la natura sociale dell’attività scientifica non intacca la validità dei suoi risultati. D’altronde, molti esponenti di questo pensiero provenivano dalle scienze «dure» (Cini e compagni erano fisici) e non hanno mai tifato per i cartomanti.

Nel resto del testo, Corbellini difende la scienza dalla cattiva politica che vorrebbe usarla o bloccarla a sua convenienza. «La scienza è il software della liberal-democrazia», senza l’una non saremmo giunti all’altra. La tesi è corroborata da citazioni dalla neurobiologia evoluzionistica più recente, che Corbellini maneggia con destrezza e notevole spirito divulgativo. Con meno dettaglio, invece si sofferma sull’altra faccia della medaglia: il mercato e le sue regole spesso interferiscono con il metodo scientifico, che si fonda sulla riproducibilità e sulla condivisione dei dati tra rivali. Le distorsioni indotte dai brevetti in alcuni settori di ricerca lamentate dagli scienziati stessi sono solo uno dei conflitti più noti tra le regole del commercio e quelle dei ricercatori.

Corbellini è abile, dunque, nel difendere la scienza dagli attacchi esterni, ma sorvola sulle debolezze strutturali della comunità scientifica. Spesso sono proprio gli scienziati ad alimentare le tendenze oscurantiste che egli combatte. Anche quelli che tuonano contro le frequenti truffe scientifiche, in cui persone gravemente malate cadono vittima di praticoni senza scrupoli, un tema che a Corbellini (giustamente) sta molto a cuore. Una cosa, infatti, è denunciare le truffe; altro è sconfiggerle. Nel 1998, il colpo di grazia al «metodo Di Bella» provenne dalla sperimentazione organizzata dall’allora ministro Bindi. Certo, si trattò di una deroga temporanea al metodo scientifico avversata da ricercatori e medici, unanimi sull’inefficacia della terapia «sperimentale». Ma negare una chance alla «cura Di Bella» ne avrebbe forse alimentato il consenso. Una riflessione su quel caso sarebbe stata utile, per evitare nuove truffe scientifiche come quelle sulla legge 40 (che impone alle donne di sottoporsi a terapie potenzialmente dannose) o sulle cellule staminali del metodo Vannoni che, si spera, verrà dimenticato dopo i test clinici predisposti dal ministro Lorenzin.

Che non tutti i ricercatori siano esenti da critiche, lo ammette lo stesso autore: «Una parte della comunità scientifica ha rifiutato in modo anche arrogante di interrogarsi sull’origine delle resistenze culturali nei riguardi della scienza». La Scienza da salvare, cui si riferisce Corbellini, non sembra dunque coincidere con l’attività complessiva della comunità scientifica, ma con quello di una sua parte. Rimane da capire se, nello spiegare cosa sia la scienza e perché vada difesa, sia davvero possibile separare i buoni dai cattivi. O se non sia più utile, per migliorare il rapporto tra scienziati e cittadini non esperti, presentare la comunità scientifica coi suoi chiaroscuri. Qualcuno forse ne rimarrebbe deluso. Ma se la scienza è davvero il software della democrazia, è bene dare a tutti la password.

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