Una mente scomoda

Da “il Manifesto” del 24 giugno 2015

cini_2«A cinquant’anni, guar­dan­dosi allo spec­chio, uno si trova davanti un per­so­nag­gio sul quale ci sarebbe molto da ridire», scri­veva Mar­cello Cini nel 2001. Non fosse scom­parso tre anni fa, oggi ne avrebbe novan­ta­due, e mol­tis­simo da ridire. Senza dub­bio, il «per­so­nag­gio Cini» ha ancora tanto da rac­con­tare a chi lo la letto ieri o comin­cia a farlo oggi. Soprat­tutto, a que­sti ultimi risul­terà utile il libro appena pub­bli­cato dalle Edi­zioni ETS, Per una scienza cri­tica. Mar­cello Cini e il pre­sente: filo­so­fia, sto­ria e poli­ti­che della ricerca, anto­lo­gia di dician­nove saggi curata da Elena Gagliasso, Mat­tia Della Rocca e Rosanna Memoli. I con­tri­buti rac­colti rico­strui­scono il per­corso scien­ti­fico, poli­tico e filo­so­fico di Cini e lo met­tono alla prova su diverse que­stioni attuali, dalle neu­ro­scienze alla non-neutralità del para­digma eco­no­mico dominante.

Pro­prio sull’espressione «non-neutralità», Cini aveva una sorta di copy­right. Ci sono diversi modi di cri­ti­care la scienza e gli scien­ziati, ma chi ne mette in discus­sione la «neu­tra­lità» fa quasi sem­pre rife­ri­mento a un cele­bre e stra­nis­simo libro, L’ape e l’architetto, che Fel­tri­nelli pub­blicò nel 1976, l’editore Fran­coAn­geli nel 2011 e che valse a Cini la fama di «cat­tivo mae­stro». L’Ape, infatti, è una rac­colta di arti­coli scritti da lui, cin­quan­tenne e affer­mato docente di fisica teo­rica alla Sapienza, e da tre gio­vani col­le­ghi (Gio­vanni Cic­cotti, Miche­lan­gelo De Maria e Gio­vanni Jona-Lasinio). Vi si sostiene che la scienza, per­sino la fisica teo­rica più astratta, sia ideo­lo­gi­ca­mente influen­zata dal con­te­sto capi­ta­li­stico in cui opera. Dun­que, non rap­pre­senta di per sé un fat­tore di pro­gresso sociale, come invece si rite­neva anche nel Pci «sviluppista».

Quella tesi fece discu­tere mol­tis­simo e Elena Gagliasso, nel sag­gio cen­trale del libro, ne spiega bene la ragione. La cri­tica di Cini e com­pa­gni indi­vi­duava il ruolo che la strut­tura sociale svolge nella sele­zione dei para­digmi scien­ti­fici domi­nanti. Tut­ta­via, non cadeva mai nell’irrazionalismo, cioè nel rap­pre­sen­tare la scienza come un insieme di con­ven­zioni del tutto arbi­tra­rie o, peg­gio, mani­po­late – attac­chi di que­sto genere, come quella di Feye­ra­bend che para­go­nava la scienza all’astrologia, si erano rive­lati piut­to­sto inno­cui. L’analisi dell’Ape veniva dall’interno della scienza, pren­deva sul serio il lavoro degli scien­ziati e non rispar­miava né quelli pro­gres­si­sti né quelli più bravi. Era una cri­tica auto­re­vole, quindi pericolosa.

Cini, infatti, era uno scien­ziato di primo livello. Ordi­na­rio a soli tren­ta­tré anni, col­la­bo­rava con i migliori stu­diosi degli anni ’50 e ’60 sulla fisica delle alte ener­gie. «Ma nell’anno 1968 arrivò pro­prio il Ses­san­totto», scrive Gior­gio Parisi, «fu un grande scon­vol­gi­mento per tutti». Gli ultimi arti­coli sulla fisica delle par­ti­celle ele­men­tari sono del 1969, poi per oltre un decen­nio Cini si occupa a tempo pieno del rap­porto tra scienza e società. Non è un addio alla ricerca pura: innan­zi­tutto, per­ché negli anni ’80 rico­min­cia a occu­parsi dei fon­da­menti delle teo­rie quan­ti­sti­che. In secondo luogo, stu­diare la sto­ria delle teo­rie scien­ti­fi­che all’Istituto di Fisica di Roma non è mai stata con­si­de­rata un’attività acca­de­mica «minore»: sono nume­rosi gli scien­ziati di livello inter­na­zio­nale che, come Gio­vanni Jona-Lasinio, Angelo Vul­piani, Carlo Ber­nar­dini, Fran­ce­sco Guerra, hanno alter­nato la ricerca sto­rica a quella teorica.

Il decen­nio dei ’70 è comun­que un per­corso tra­va­gliato che lo porta all’espulsione dal Pci e alla fon­da­zione del Mani­fe­sto. Ma con il Par­tito, di cui era stato diri­gente, aveva liti­gato già prima dell’Ape e l’architetto. Quando l’uomo arriva sulla Luna, un suo edi­to­riale sull’Unità inter­rompe il giu­bilo una­nime, ricor­dando che la corsa allo spa­zio di ame­ri­cani e sovie­tici è solo un epi­so­dio della Guerra Fredda, senza reali pro­spet­tive scien­ti­fi­che. I ver­tici del Pci lo redar­gui­scono e per chiu­dere la ten­zone, deve inter­ve­nire Gior­gio Napo­li­tano: il pro­gresso è un treno in corsa e nes­suno disturbi il mano­vra­tore. Di lì a poco, però, i viaggi sulla Luna ces­sano.
Non cessa invece il suo inte­resse per la Big Science. Stu­diando la ricerca spa­ziale e i grandi labo­ra­tori come il Cern, in cui aveva lavo­rato, Cini ana­lizza il legame tra l’organizzazione della ricerca e le sco­perte scien­ti­fi­che che essa genera.

Nei primi ’70, è dun­que tra i pio­nieri della socio­lo­gia della scienza in Ita­lia, con­tri­buendo a orien­tarla verso l’integrazione tra la sto­ria della scienza e gli studi eco­no­mici e orga­niz­za­tivi.
«La socio­lo­gia della scienza in Ita­lia si è con­for­mata da subito in social stu­dies of science, tech­no­logy and inno­va­tion. In assenza del con­tri­buto del gruppo dell’Ape e l’architetto ciò sarebbe stato pro­ba­bil­mente impos­si­bile», con­clude il socio­logo Leo­nardo Can­navò nel suo con­tri­buto a «Per una scienza critica».

Cini capi­sce pre­sto che una cri­tica effi­cace deve riguar­dare non solo il pro­dotto finito della scienza, ma anche le regole del sistema in cui esso viene rea­liz­zato. Con que­sta pro­spet­tiva, ha con­ti­nuato a guar­dare per tutta la vita alle dina­mi­che del pro­gresso scien­ti­fico, da quando scrive appunto Il gioco delle regole con Danielle Maz­zo­nis (Fel­tri­nelli, 1981) al Super­mar­ket di Pro­me­teo del 2006 (ed. Codice), dove indi­vi­dua nella pro­prietà intel­let­tuale la moda­lità attuale attra­verso cui gli inte­ressi pri­vati deviano il corso della scienza.

Pie­tro Greco usa giu­sta­mente il tempo pre­sente: «Mar­cello Cini è con­vinto che la cono­scenza non sia ancora un ’bene pub­blico glo­bale’ e di qui la sua cri­tica al sistema scien­ti­fico con­tem­po­ra­neo: ma è anche con­vinto che sia neces­sa­rio ren­derla, per l’appunto, tale».

Muo­vendo dalle sue radici nove­cen­te­sche, dun­que, Cini ha saputo seguire i cam­bia­menti del suo tempo senza cri­stal­liz­zarsi su posi­zioni di ren­dita. Forse que­sta è la spie­ga­zione di un para­dosso: è arri­vato prima di altri in tanti campi, dalla cri­tica della scienza all’ambientalismo, ma non si è mai dato il tempo di pro­cu­rarsi degli allievi. «Penso di non essere stato affatto un ’disce­polo’ di Cini, e que­sto per il sem­plice motivo che, al di là degli ste­reo­tipi che sono stati costruiti, Mar­cello non è mai stato in senso pro­prio un ’mae­stro’ (…) nel senso di fon­da­tore di una cor­rente di pen­siero, di crea­tore di una scuola», scrive ad esem­pio lo sto­rico della fisica Gianni Bat­ti­melli. L’assenza di una scuola di pen­siero «ciniana» si per­ce­pi­sce con più forza ora che Cini non c’è, ma di quelle cate­go­rie di pen­siero c’è gran biso­gno. La scienza non ha finito di gene­rare dibat­tito, anzi.

L’organizzazione sociale dell’impresa scien­ti­fica è oggi in con­ti­nua discus­sione, tra pre­ca­rietà dei ricer­ca­tori, ricerca di una metrica di valu­ta­zione con­di­visa, pri­va­tiz­za­zione e defi­nan­zia­mento. Quali siano gli obiet­tivi della ricerca scien­ti­fica è una domanda che si pone anche ai livelli isti­tu­zio­nali più alti. Ad esem­pio, cen­ti­naia di neu­ro­scien­ziati che col­la­bo­rano al pro­getto euro­peo più ambi­zioso del momento, lo Human Brain Pro­ject finan­ziato con un miliardo di euro per dieci anni, hanno fir­mato un appello per chie­dere che la ricerca sul cer­vello non si limiti allo svi­luppo di simu­la­zioni com­pu­te­riz­zate, nono­stante le pos­si­bili rica­dute commerciali.

Stu­diare il cer­vello è un’opportunità o una minac­cia? «Rischiamo di ritro­varci persi in una nuvola di nuova supe­riore stre­go­ne­ria scien­ti­fica all’interno della quale le grandi pro­messe susci­tate dai pro­getti di big science neu­ro­scien­ti­fica (…) si rive­lano essere det­tate piut­to­sto da moti­va­zioni ed esi­genze eco­no­mi­che», scrive Mat­tia della Rocca, in uno dei saggi più «futu­ri­bili» della rac­colta. Pro­prio alle neu­ro­scienze si era inte­res­sato Cini nei suoi ultimi anni.

In sua assenza, la cri­tica della scienza nel dibat­tito pub­blico sta assu­mendo spesso dei toni cari­ca­tu­rali. Le giu­ste cam­pa­gne con­tro lo stra­po­tere delle cor­po­ra­tion in ambito far­ma­ceu­tico o agroa­li­men­tare oggi ali­men­tano anche la dif­fu­sione di pra­ti­che pseu­do­scien­ti­fi­che truf­fal­dine e pro­te­zio­ni­smi eco­no­mici. Pro­li­fe­rano le teo­rie del com­plotto a carico degli esperti in ogni campo, che Beppe Grillo ha saputo orga­niz­zare in un par­tito poli­tico.
Tale deriva del dibat­tito pub­blico accre­dita una rap­pre­sen­ta­zione paro­di­stica e deni­gra­to­ria del lavoro dei ricer­ca­tori. Di con­se­guenza, que­sti a loro volta per­dono legit­ti­ma­zione e il con­creto soste­gno pub­blico e pri­vato. La cat­tiva cri­tica della scienza, dun­que, dan­neg­gia soprat­tutto la ricerca migliore. Qual­cuno disturbi il mano­vra­tore, o il treno dera­glierà.

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