Cosa ha davvero detto la Corte Suprema americana sulla causa Monsanto vs Bowman

L’azienda agro-chimica Monsanto ha vinto una causa molto importante contro il contadino americano Vernon Bowman. L’agricoltore è stato denunciato da Monsanto per aver usato semi contenenti geni brevettati (RoundUp) senza aver pagato la licenza. Bowman si è difeso facendo appello alla “dottrina dell’esaurimento”: chi compra regolarmente un prodotto brevettato, poi è libero di farci quel che vuole. Per un cellulare cioè è fuori discussione: se compro un iPhone, poi sono libero di farne ciò che voglio, anche piantarlo sottoterra e aspettare di vederne crescere un altro. Ma per i semi, una simile dottrina non è mai stata presa in considerazione. In fondo, se posso seppellire un telefono, perché non posso seppellire un seme? La sentenza era molto attesa perché, se Monsanto avesse perso, l’intera filiera dell’agricoltura OGM avrebbe dovuto riconfigurarsi. Anche se non in modo così rivoluzionaro come sembra: sarebbe bastato far firmare accordi più stringenti ai contadini clienti di Monsanto, come giustamente sostiene il Center for Food Safety.

La Corte Suprema ha deciso che coi semi non si può. La sentenza del giudice Kagan ha affermato che “la dottrina dell’esaurimento si applica al singolo articolo venduto”, e dunque non ai semi successivamente prodotti. Ma ha ammesso che si tratta di una distinzione sottile e che la sentenza deve considerarsi valida solo per il caso in questione. “Non si applica a qualunque prodotto auto-replicante”. Per i quali, dunque, sembra necessaria una nuova legislazione apposita.

Per approfondire: “Seed Giants vs U.S. farmers”, Center for Food Safety

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Cacciatori di conoscenza

L’ultima sentenza della Corte suprema indiana contro la mutinazionale Novartis dimostra che la proprietà intellettuale è sempre più lo strumento usato da governi e imprese per governare un mercato mondiale in rapida trasformazione.
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Brevetti, trent’anni buttati

Qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la creazione di una Corte Europea dei brevetti, in cui convergeranno tutti i ricorsi legali presentati per contestare la validità di un brevetto o la sua violazione da parte di un’imitazione illecita. Finora, infatti, anche se esisteva una procedura unificata per l’approvazione di un brevetto, la sua difesa legale andava fatta Stato per Stato. L’Italia protesta, perché d’ora in poi le domande di brevetto dovranno essere presentate solo in inglese, francese o tedesco. Ma non è questo il motivo principale per opporsi al Brevetto europeo.

La decisione del Parlamento di Strasburgo assomiglia a quella assunta dal Congresso americano nel 1982, quando fu istituita la Corte federale di appello per giudicare le vertenze brevettuali, che prima andavano discusse nei singoli Stati dell’Unione. Da allora, il numero di brevetti richiesti negli Usa è aumentato di quattro volte. L’ufficio brevetti statunitense è stato sommerso dalle richieste, che sono state valutate affrettatamente e hanno condotto ad approvazioni facili, che a loro volta hanno incentivato ulteriormente le aziende a richiedere brevetti (oggi ad ogni brevetto sono dedicate solo venti ore di esame, in cui valutarne originalità, inventività, sufficiente descrizione e utilità pratica). È un circolo vizioso che sposta il momento della valutazione della validità dei brevetti dagli uffici brevetti ai tribunali, dove si scontrano studi legali da 500 dollari l’ora che valutano per mesi, non poche ore, se un brevetto andava assegnato o se un prodotto è davvero una copia di un altro. E in tribunale non vince il migliore, ma chi ha più soldi per gli avvocati. Creare un tribunale più efficiente senza rafforzare l’ufficio brevetti è servito soprattutto a questo. Il risultato è la guerra dei brevetti in corso oggi, che fa spendere a Google e Apple più soldi per i brevetti che per gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Nonostante i risultati, è la strada che sta prendendo anche l’Europa, trent’anni dopo. L’Italietta che si è opposta per ragioni degne di una pro-loco padana ha perso un’occasione: non per adeguarsi passivamente ad un’Europa sempre più miope, ma per opporsi con le ragioni di un dibattito internazionale di ampio respiro, un ripensamento sulla proprietà intellettuale che un giorno giungerà anche da noi. Ovviamente, con trent’anni di ritardo.

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La diciannovesima ora

Nel frattempo, anche Profumo sta sgonfiando la proposta delle 24 ore di lezione frontale (al posto delle 18 ore attuali) per gli insegnanti. Non che smetta di appoggiarla, ma ammette che si tratti di materia da contrattazione sindacale.

Avrei preferito una discussione nel merito. Io, insegnante, non mi scandalizzo se il governo cambia l’orario per legge e non per contratto. Detto fra noi, nei contratti ormai entrano così tante schifezze che le 24 ore non sfigurerebbero. Ma è bene che si sappia che 18 ore frontali sono già tante. Significa occuparsi di 5 o 6 classi, se si insegna una materia “media”, da 3-4 ore a settimana, tipo inglese o fisica.

Gli insegnanti si dividono in due gruppi: quelli che si preparano le lezioni, cercano idee per insegnare, parlano con gli assistenti sociali, seguono l’organizzazione della scuola e quelli che fanno solo le 18 ore di lezione e per i quali il resto è solo un fastidio (in gran parte evitabile, se uno si industria un po’). Costringere i primi a seguire una o due classi in più, significa farli lavorare peggio, perché già lavorano tutto il tempo che possono. Costringere i secondi significa condannare altre due classi a una didattica scadente.

Dunque, a che serve portare l’orario di lezione a 24 ore, se non a tagliare?

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Eseguendo la sentenza

Alberto “Fagiolino” Funaro, a cui ieri è toccata la condanna più pesante, non ha iniziato oggi la sua detenzione per i fatti di Genova. In carcere, in custodia cautelare, ci ha passato molti mesi sin dal 2002. In quel periodo scrisse una lettera aperta che oggi dovremmo rileggere tutti. Rimproverava al movimento di aver dimenticato chi, come lui, era diventato un capro espiatorio; di aver dimenticato l’unità del movimento, sbandierata ma mai praticata. “Noi, no-global di serie B”, diceva di sé e dei 26 che allora erano accusati di devastazione e saccheggio.
A Genova non c’ero, nel 2001. Ma l’ho vista impressa nella retina di tante persone. Il G8 è stato un grande flash negli occhi di una generazione. Una fotografia collettiva in cui molti di noi sono stati sorpresi a bocca aperta, occhi sgranati e mani a mezz’aria. Per questo, forse, sono stati i fumetti di Zerocalcare a rappresentarne meglio il senso. Meglio dei milioni di foto e fotogrammi che dal luglio 2001 tornano a inondarci ogni volta che esce un film, o una sentenza. Così tante immagini, invece di unire, hanno frantumato quello sguardo abbacinato dal lampo al magnesio. Ognuno si è rimontato i fotogrammi come ha voluto: qualcuno si è fissato sugli infiltrati, altri sui clown e le sambaband, altri ancora sulle teste spaccate in strada o sui corpi violentati usciti in barella dalla Diaz. Ognuno si è costruito la sua Genova coi tasselli presi dal mucchio, come si fa con gli specchi rotti sperando di schivare la sfiga. Molti, alla fine, quello specchio lo hanno attraversato: si sono messi Genova alle spalle e non ne hanno voluto sentir parlare. Così Fagiolino, come gli altri di serie B, è diventato un black bloc, forse un infiltrato, o un balordo, magari un ultras del calcio. Uno che a Genova era meglio che non ci fosse. Sicuramente, non uno di quelli da portare sulle magliette.
Ma è inutile girarci intorno: Alberto non ce l’aveva coi boy scout spaventati. Scriveva a chi, sulla retorica del Movimento dei movimenti, ha costruito carriere politiche nei palazzi e nei centri sociali. La maggior parte di queste 20, forse 50 persone, in questi giorni si sono viste nelle piazze a gridare “libertà!”. Ma c’erano solo perché le orecchie certe volte fischiano così forte che non si sopportano, e 10×100 di orecchie ne ha fatte fischiare più del previsto.

La lettera di Alberto dice: io sto qui a pagare per tutti. Voi, lì fuori, fate i vostri distinguo, sperando che il meccanismo in cui sono finito si fermi da solo per la clemenza dei carcerieri. Le sue parole ricordano quelle scritte da un altro prigioniero tradito dai suoi. Un altro che, per giorni e giorni (alla fine furono cinquantacinque), ha cercato di urlare da dentro una cella che il ticchettio stava proseguendo, che quelli facevano sul serio, che alla fine la sentenza sarebbe giunta a esecuzione. Alzi la mano chi, leggendo la lettera di Alberto, non ha pensato “È normale che scriva così, Fagiolino: cos’altro può scrivere un carcerato?” È ciò che pensava Andreotti, sappiatelo.

No, non sono così stronzo da paragonare Moro a Fagiolino (grattate, Albe’): quello che state guardando è il dito. Sto paragonando noi, il Movimento dei movimenti, alla Democrazia Cristiana. Forse, rimanere fermi per undici anni è stata la scelta più opportuna. Forse, muoversì di più per Alberto e gli altri non avrebbe risparmiato loro il carcere, così come una trattativa con le Br non avrebbe necessariamente salvato Moro. Ma la storia sarebbe stata diversissima lo stesso. Andreotti oggi non è quello che non è riuscito a salvare Moro: è soprattutto quello che non ha voluto salvarlo, vero o falso che sia. Se avesse mosso un dito, anche per finta, le carte in tavola sarebbero cambiate di molto, Moro vivo o Moro morto. Perché ogni tanto non è il risultato quello che conta, ma come ci si arriva. E ieri la “linea della fermezza” che ha perso è la nostra. Volevamo proprio morire democristiani, evidentemente.

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E.T. non è uno stronzo

Vorrei spezzare una lancia a favore di Emanuele Trevi. Anche se è della Lazio, E.T. non è uno stronzo rosicone come appare dai giornali di questi giorni. So che è difficile crederci, se vi basate su titoli come questi: “Trevi non ci sta: «Stop al Premio Strega degli editori»” oppure “Carofiglio e Trevi: “Pressioni degli editori troppo forti””

Questa sarebbe la sua reazione, dopo essere arrivato secondo per due voti al Premio Strega. L’intellettuale di sinistra che rosica perché non vince un premio e se la prende con il dominio delle case editrici in maggioranza berlusconiane sulla cultura italiana non è un tema di grandissimo appeal, ammetterete. Dunque uno non va a leggere l’articolo e giustamente passa alle pagine sul calciomercato, un gradino sopra anche da un punto di vista deontologico. Leggendo gli articoli oltre i titoli, invece, si ha quasi l’opinione opposta: E.T. ha molto apprezzato il libro di Piperno, non considera lo Strega un premio “truccato”, e critica solo il fatto che i candidati di partenza siano proposti dai loro editori e non da una giuria più indipendente.

Mi sembra una critica ragionevole, ma non me ne importa nulla dello Strega. Io vorrei solo far notare il livello di pressappochismo del “giornalismo culturale” italiano. Quest’anno si sono persi 700 mila lettori, e il modo in cui si parla di libri sui giornali secondo me è responsabile tanto quanto la crisi economica. Non è un caso se la fascia di età in cui si smette di leggere libri è la stessa in cui si inizia a leggere i giornali. E poi vorrei dare a Trevi quel che è di Trevi. Qualche mese fa ha accettato il mio invito di venire a raccontare Anna Karenina ai sedicenni di Primavalle e la Storta che frequentano la mia scuola. Non ho avuto l’impressione di uno stronzo, tutt’altro. Tra l’altro è venuto gratis, come hanno fatto anche altri Piccoli Maestri e come farebbero ben pochi giornalisti culturali. Se lavorate in una scuola, se avete uno stanzone pieno di ragazzini, se frequentate una scuola calcio o un oratorio, invitatelo (anche se è laziale).

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La crisi è psicologica

C’è la crisi, no?

Ma allora perché, alle 7 di mattina, sui treni regionali che entrano ed escono da Roma c’è l’aria condizionata sparata, che faranno 12 °C e uno si deve portare la giacchetta come se prendesse la funivia delle Tofane?

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Silvio contro Valerio

Valerio è un precario un po’ più giovane di me e anima un centro sociale vicino casa mia. Con Valerio ho condiviso un po’ di cose, negli ultimi anni, anche una denuncia. Di solito, Valerio tiene il microfono sui palchi alternativi, tipo: nella piazza X c’è il palco CGIL (30 metri, diecimila persone), nella piazza Y c’è l’altro palco (un camion, mille persone) e ci trovavi Valerio.

Stasera Valerio conduceva la serata alla festa per i referendum. Non era “l’altro” palco, era “il” palco: era Valerio che dava la parola agli altri, ed era a lui che i cantanti chiedevano il microfono per fare un saluto. Era il palco di chi non ha sconfitto solo sei reti televisive, ma ha sconfitto proprio il televisore, l’elettrodomestico: i “comitati” hanno convinto venticinque milioni di persone a spegnerlo. Era il palco di venticinque milioni di persone.

Stasera, sembrava che quello precario fosse Berlusconi, e che Valerio fosse Golia.

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Massaggi e messaggi

Sulla versione del New York Times allegata a Repubblica, oggi c’è un bell’articolo sull’uso efficace e creativo delle parole degli editor di Groupon, inaspettato per un sito che vende buoni-sconto. Certo, se i consumatori hanno il palato fino, il lavoro è più facile. Nel Paese dei Coatti, invece, poetizzare sugli sconti è più duro, come dimostra la homepage di Groupon.it :


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Lega no logo

Zaia dice che se un migrante ha le scarpe dell’Adidas, evidentemente è benestante e non va aiutato. È come dire che se uno usa Windows allora è ricco, altrimenti userebbe Linux che è gratuito.

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